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I 40 anni di Steve Nash

steve nash kobe bryant
loza on 7 febbraio 2014 - 9:34 in Oggi faccio gli Auguri a...

C’è qualcosa di magico dietro quella maglia numero 13, che ora è la 10 (sai com’è… Ai Lakers la 13 era ritirata, era di Wilt Chamberlain…). Qualcosa che va oltre il talento, il tocco, la tecnica. Qualcosa di unico e irripetibile, che trascende i confini dello sport e di un atleta come potrebbero essere tanti altri.

Perché Steven John Nash NON è come tanti altri. Un canadese bianco di 1.90 (scarso) che vince due volte l’mvp in una Lega di super atleti NON può essere come gli altri. Perché fantasia e scienza in lui partono dalla testa, arrivano ai polpastrelli e si trasmettono al pallone. Steve Nash, 40 anni oggi, ha deciso da piccolo che per lui i canoni e le regole comuni non avrebbero avuto poi tutto quello straordinario valore che hanno per gli altri.

Nato per essere giocatore? Sì, magari quello sì, ma di calcio… Di estrazione internazionale (nato in Sudafrica, mamma gallese e papà inglese), da bimbo gioca come gli altri agli sport più popolari. Quindi calcio e… hockey. Il fratello ha continuato, è andato avanti, oltre, divertendosi col soccer fino a diventare un giocatore vero. Scarso, ma vero. Steve invece a un certo punto (12 anni) comincia col basket, cresce, migliora, mostra talento ogni giorno che passa e lo comincia a condividere con l’umanità. All’High School va bene e al college va a Santa Clara, West Coast Conference. Insomma, non Duke o North Carolina, ma un’università pur sempre di Division 1 nella quale si può far vedere. Nella Wcc c’è pure Gonzaga e lì ha giocato Stockton. Play bianco, leggenda… Dov’è che è il nesso?

A Santa Clara ci sta quattro anni, vince nelle ultime due stagioni il titolo di giocatore della WCC e nell’ultima ha modo di farsi vedere anche con la nazionale canadese. Insomma, nel grande giro ci entra e nel draft del 1996 viene scelto con la numero 15 dai Phoenix Suns. Ci siamo, Cenerentola è arrivata al gran ballo.

Solo che lassù, dove osano le aquile, la vita è dura. Se davanti ai Sam Cassell (lunga vita a “Sam i am”), Kevin Johnson e poi anche un giovane ma super promettente Jason Kidd, beh… Sei un po’ chiuso. Nella prima 10 minuti a gara, nella seconda un po’ meglio (9.1 punti in 22 minuti), poi la cessione ai Mavs. Nash arriva a Dallas in cambio di… pronti? Bubba Wells, Martin Müürsepp, i diritti su Pat Garrity e una prima scelta (che alla fine sarà Shawn Marion).

A Dallas il primo anno c’è il lockout e la stagione va marchiata con l’asterisco (cit. Phil Jackson). Nel secondo supera un infortunio alla caviglia e conclude con buon i numeri. Ma, soprattutto, Nowitzki comincia a diventare Nowitzki, Cuban trasmette energia, c’è Finley nel pieno del suo vigore e la squadra funziona. Nel 2000-2001 sale di livello e porta la squadra in semifinale a ovest, nella stagione successiva migliora ancora i suoi numeri e va con 17.9 punti e 7.7 assist, ma perde ancora in semifinale. Il massimo a livello di risultati coi Mavs lo ottiene l’anno seguente (finale a ovest con gli Spurs), ma non va mai oltre. Non va vicino all’anello, non lo sfiora nemmeno.

Nel 2004 è free agent e torna ai Suns. Soluzione ideale, perché la squadra, pur arrivando da un contesto di sole sconfitte, ha un Joe Johnson emergente uno Stoudemire forza della natura e un D’Antoni che fa sbocciare il giocattolino. Incredibile il record alla fine della stagione 62-20. Vince l’mvp ed è il primo canadese è farlo. La terza point-guard dopo Bob Cousy e Magic Johnson. Brividi… È miglior giocatore della Lega anche nella stagione seguente, ma i Suns perdono per due volte di fila in finale a ovest. Insomma, non si vince e non si va neanche in finale per il titolo.

Nel 2006-2007 niente mvp (ma di poco) e sconfitta in semifinale, l’anno dopo out al primo turno con l’arrivo di Shaquille O’ Neal. È la fine dell’era D’Antoni e tutto comincia ad andare storto, la squadra è stata cambiata e non basta la scienza cestistica di Nash per riportarla in alto. L’ultimo acuto nel 2010, quando è sconfitto in finale a ovest da quei Lakers che saranno la sua squadra di lì a qualche stagione dopo.

Nel 2012 arriva a Los Angeles con un sing and trade. Non può prendere la maglia numero 13 perché è ritirata (Wilt Chamberlain) e così opta per la 10… Ragioni calcistiche… Il quintetto gialloviola in teoria può contare su di lui, Kobe, Artest (pardon, Metta World Peace), Gasol e Howard. Una super potenza, ma la chimica è atroce e i ragazzi non si trovano. Lui resta fuori per infortunio per 32 partite, Los Angeles finisce settima a ovest e perde 4-0 al primo turno.

Il resto è storia di questa stagione. Nash è tornato da poco, è chiaramente un giocatore che sta cercando di finire la carriera nel modo più onorevole possibile. I totali carriera parlano di 14.4 punti e 8.5 assist. 2 volte Mvp, 8 All Star, 5 stagioni come miglior assistman per media nella Nba. Ma per chi l’ha visto nella pienezza della sua arte, per chi sa quale tipo di basket hanno innescato le sue mani… Ecco, quella è magia. E stop.

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