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LA STORIA DI GRANT HILL, L’UOMO DI CRISTALLO

hill e jordan
loza on 5 ottobre 2014 - 11:01 in NBA, Oggi faccio gli Auguri a..., Sport USA

Ecco, magari voi non ci crederete, abituati agli svolazzi di Lebron e a mille altri freak of nature usciti dal college e dall’high school. Oggi saltano e schiacciano più o meno tutti, una volta un po’ meno. Il Doctor è stato una novità, MJ ha istituzionalizzato il gesto e Vince Carter è diventato l’epitome dello schiacciatore, poi solo tanta forza bruta che spacca le retine. Ecco, voi non ci crederete, ma tra quelli che impressionavano di più per tipo e modalità di schiacciata c’era lui, Grant Hill, oggi 42enne.

Incredibile, vero? Ginocchia di cristallo, caviglie pure, salute da 95enne, tecnica da clinic e Duke come scuola madre. Non diresti, con quelle premesse, di poter parlare di un high-flyer. Invece, in qualche maniera, sì. Ma non per gli All-Star Game, gli uno contro zero in contropiede o qualsiasi altra esibizione da circo. No, quelle si lasciano a chi vuole impressionare una certa parte di pubblico.

Grant Hill impressionava a difesa schierata. Il Grant Hill sano, quello ‘prima versione’, batteva il suo uomo sul perimetro, zompava a centro area e, a scanso di aiuti (o anche con quelli), affondava la tomahawk. Quello, credeteci, impressionava davvero. La schiacciata nel traffico di Grant Hill.

Oggi il ragazzo, l’uomo, ha 42 anni. Rimpianti? Tanti, ma soprattutto per un fisico che in carriera non l’ha mai supportato a dovere. Testa di un altro livello rispetto a tanti altri ‘bro, è figlio di Calvin Hill, runningback dei Dallas Cowboys e dunque capacissimo di insegnare al figliolo cosa vuol dire ambientarsi e giocare in una lega maggiore.

A Duke, con coach codice fiscale e i Blue Devils, vince (quasi) quanto nessuno. Due titoli consecutivi, quelli del 1991 e del 1992, con il più ‘famoso’ Laettner in casa, e la sconfitta del 1994. È l’inizio della storia vincente di Duke e di Krzyzewski, un periodo che lo lancia verso una probabile elite al draft Nba. Il titolo del ’92, in particolare, è ricordato per una delle partite più importanti nella storia del gioco, quella di “The shot” di Laettner, del -1 che si trasforma in +1 all’overtime, con sirena che scade. L’azione la potete vedere qua sotto, il passaggio baseball dal fondo, con 2”1 da giocare, è del nostro Hill…

https://www.youtube.com/watch?v=J3_IT622Sbc

 

Da perfetto studente, i suoi 4 anni se li fa tutti, poi è terza scelta dietro a Glenn Robinson e Jason Kidd (nota per i riminesi, in quel draft c’è Fetisov alla 36…) e va ai Pistons, con la tradizione da Bad Boys che Hill deve imparare a capire. Comincia col botto vince il premio di Rookie of the year assieme a Jason Kidd grazie a statistiche da All Star assoluto: 19,9 punti, 6,4 rimbalzi e 5 assist. Impressionante la popolarità di cui gode appena entrato nella Lega. Sapete tutti che è il ‘voto popolare’ a mandare i quintetti all’All Star Game. Quello che forse dopo 20 anni ci siamo scordati è che Hill al primo anno ha preso più voti di tutti, anche di Shaquille O’Neal, e che al secondo ha superato un tale che si chiama Michael Jordan, appena rientrato dal ritiro. Francamente mi impressionano molto più questi dati che tre o quattro eventuali partite consecutive da 50 punti.

Ha la faccia pulita, tutti tifano per lui. Macchina da tripla-doppia di alta qualità, tanto da infilarne subito 10 nel ’95-’96 (poi 13 nel ’96-’97). Vogliamo mettere una cornice al dato? Lebron non ha mai superato le 8 in stagione. Merito a Hill, non certo demerito a Lebron, intendiamoci… Assieme a Wilt Chamberlain ed Elgin Baylor è l’unico giocatore nella storia ad aver guidato la propria squadra per punti, rimbalzi e assist per più di una stagione.

Tutto bene, anzi, benissimo, fino al 2000. Una stagione in cui sale vertiginosamente fino a 25.8 punti con quasi il 49% dal campo, 6.6 rimbalzi e 5.2 assist. Ecco, in quei playoff, ancora una volta senza gloria, si fa male alla caviglia. Gioca sul dolore, ma è l’inizio della sua fine cestistica.

In estate passa a Orlando che si piglia anche Tracy McGrady, altro che, da sano e con la testa di Hill, avrebbe sfondato ancora di più. Insieme una coppia super, ma Hill il primo anno ai Magic gioca solo quattro partite e lascia lo scettro a T-Mac. Poi ritorna? Insomma… 14 gare l’anno successivo e solo 29 il terzo a Orlando. Vien da piangere per quello che poteva essere e non è stato. Out del tutto nel 2003-2004, ritorna nel 2004-2005 ma è obiettivamente un’altra cosa.

È intelligente e questo lo aiuta a ricostruirsi una carriera, ma non è più il dominatore di prima. Miracolosamente sfiora i 20 a gara, sempre coi Magic, nel 2004-2005, ma poi scende a 15 per galleggiare sopra i 10 fino al 2011-2012. Nell’estate del 2007 passa ai Phoenix Suns dove c’è Nash, altro genio del gioco. Nel 2010 vince la sua prima serie di playoff in carriera (4-2 a Portland), poi batte 4-0 gli Spurs ma perde in finale di Conference contro Kobe e i Lakers (2-4).

L’ultima stagione, la 2012-2013, la passa ai Clippers, ma gioca solo 29 partite per un ginocchio destro ballerino.

Per lui, che aveva testa e cuore, bisogna solo maledire il Dio del gioco. Abbiamo visto troppo poco Grant Hill per il valore complessivo che poteva avere nella storia della Nba. Ha vinto l’oro ad Atlanta ’96, è vero, ma son quisquilie, se permettete.

Orecchie a sventola e un fisico come quello di Samuel L. Jackson in ‘Unbreakable’. Peccato…

https://www.youtube.com/watch?v=VEeYFH-qlvk

 

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